Vivere il Festival da volontaria? Vi racconto com’è

Per quindici anni, da quando esiste, ho vissuto la realtà del Festival Teatro sull’Acqua da fuori. Sapevo cosa fosse, conoscevo le date, ma non ci avevo mai messo piede davvero.

Quando Erica Bertinotti mi ha proposto di fare volontariato con i ragazzi del Festival, ho detto subito di sì, un po’ per curiosità, un po’ per prevenire la lentezza di fine agosto. Non sapevo cosa aspettarmi (e a dirla tutta, ancora non lo so) ma ero curiosa di addentrarmi in questa realtà.

Con l’avvicinarsi del 30 agosto, dell’inizio del Festival, percepisco un movimento crescente: come se ci trovassimo tutti sull’orlo di qualcosa che sta per prendere velocità, una corsa che travolgerà volontari, spettatori e città.

Il mio primo piccolo passo è stata una mattinata di volantinaggio per le strade di Arona. Aveva piovuto tutta la notte, uno di quei temporali che fanno solo voglia di starsene rintanati in casa. Giocherellavo con le chiavi della macchina, perdendo tempo. Se non avessi trovato nessuno? Mi sarei sentita a disagio? Avrebbe ricominciato a piovere? Poi, un messaggio nel gruppo dei volontari — “Tutto confermato per oggi ragazzi!” — e ho deciso di andare.

Nel piazzale Aldo Moro mi aspettava una piacevole sorpresa: una decina di volontari, dai giovanissimi ai più anziani, tutti pronti a suonare campanelli, lasciare volantini, noncuranti delle nuvole che intanto minacciavano di trasformarsi in un altro acquazzone.

E così, quel lunedì mattina, le strade di Arona hanno iniziato a cambiare ai miei occhi, prendendo forma e materialità. Come se stessi camminando dentro una mappa che prende vita.

Quello stesso processo di “emersione” lo sto vivendo anche con il Festival, una realtà che da lontano appariva compatta ma che da vicino si scompone in tante storie tridimensionali.

Storie vere, storie inventate, “Storie vere al 97%”. Attraverso performance e parole, gli spazi lontani assumono corpo e spessore e appaiono improvvisamente vicini.

Ci sono le strade fredde di Mosca in Donna non rieducabile e quelle della Palestina degli anni Quaranta in Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea. C’è lo scontro tra Sud e Nord Italia in Il fiore delle illusioni, la periferia romana in Brucia l’origine, una piccola isola giapponese in Tutti gli indirizzi perduti e la natura potente dell’Angola in La casa dell’attesa.

Ci sono anche spazi molto più intimi come gli spogliatoi di una palestra in Un Poyo Rojo, e quelli virtuali dei social in Meno di due. Ambienti diversi tra loro, eppure accomunati dal racconto dell’amore, in tutte le sue forme.